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Attualità

Tra Schengen e il TTIP

Una decina di anni fa, specie grazie all'applicazione di Schengen, la retorica politica era quella del "in prospettiva, fra 10 anni potrai viaggiare come ti pare, andare dove ti pare, fare quello che ti pare. Basterà la carta d'identità".

E un po' è così: se il prossimo weekend volessi visitare una capitale europea, mi basterebbe andare sul sito di una compagnia low cost, pagare con carta di credito e stampare il biglietto (anzi, ora c'è l'app mobile e posso anche non farlo).
Meno di 100€ A/R e meno di 2 minuti per l'operazione. Bello.

Oggi tuttavia sembra si stia invertendo questa tendenza: da una parte, si stanno mettendo in forte discussione proprio quegli accordi e in un futuro prossimo persino noi potremmo avere difficoltà a muoverci all'interno dei nostri confini; dall'altra parte, peggio invece quanto sta accadendo ai confini dell'Europa, dove decine di migliaia di profughi in fuga dalla guerra si vedono sollevare muri e recinzioni per respingerli, dove un paese criminale e terrorista come la Turchia viene delegato a contenere una crisi umanitaria per la quale noi preferiamo coprirci gli occhi e tapparci le orecchie.

Di contro però, grazie al TTIP in quello stesso futuro prossimo le merci e i capitali potranno essere sempre più libere di muoversi, subiranno meno controlli e potranno essere spostate più velocemente.

È il capitalismo, bellezza: in un paio di giorni compri e ricevi a casa un pacchetto che arriva dall'altro lato del mondo; ma un minore non accompagnato (orfano o semplicemente rimasto solo) può attendere due, tre, anche quattro mesi in un campo profughi - come quello di Idomeni - in attesa di sapere cosa intendiamo fare del suo futuro. Sempre se lo faremo, sempre se ne avremo voglia.

(la bellissima vignetta di Mauro Biani pagina per Il manifesto)

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Attualità

La guerra ai e tra i poveri

Su un tavolo ci sono 10 biscotti. Intorno al tavolo ci sono un ricco italiano, un povero italiano e un immigrato. Il ricco italiano prende 9 biscotti e poi dice al povero italiano "attento, l'immigrato sta per rubare il tuo biscotto!"


I 10 italiani più ricchi detengono complessivamente un patrimonio di 98 miliardi di euro (per raggiungere la stessa cifra, partendo dal basso della classifica, sono necessari 18 milioni di italiani "poveri").

Nel 2013, quando l'economia nazionale segnava un -12%, loro segnavano un +70% di aumento dei loro patrimoni.

***

La storia lo ha già abbondantemente e precisamente spiegato: durante qualsiasi crisi economica, i ricchi si arricchiscono e i poveri si impoveriscono. Detto diversamente, le crisi economiche acuiscono il divario tra le classi sociali.

C'è però un inedito storico: la guerra tra poveri.

Non sempre è accaduto che i poveri, vedendosi impoverire ulteriormente, muovessero guerra contro i ricchi, vedendo quelli arricchirsi ulteriormente. A volte ricorrendo anche alla violenza, vista l'abissale superiorità numerica. Ma a volte è accaduto.

Però oggi accade qualcosa di nuovo: l'italiano medio, l'italiano povero e l'immigrato muovono guerra l'un l'altro, specie il primo contro gli altri due e il secondo contro l'ultimo.

Non rivendicano per sé e per gli altri un migliore tenore di vita, né denunciano il tenore dei ricchi operato a discapito del loro.

No, semplicemente si limitano ad augurare che tutti coloro che sono sotto di loro nella classifica possano vivere sempre peggio. Si limitato a provare invidia quando (e accade molto raramente) qualcuno che viveva peggio di loro vede migliorare il proprio tenore e risalire leggermente la classifica.

Intanto i ricchi sorridono sotto i baffi e ammiccano quando i loro sguardi si incontrano. Anche il prossimo anno, nonostante la crisi economica, soprattutto grazie alla crisi economica, i loro patrimoni cresceranno: nessuno li tocca. Anzi, semmai tutto li avvantaggia.

http://www.repubblica.it/economia/2015/01/19/news/la_crisi_raddoppia_il_patrimonio_alle_dieci_famiglie_dei_paperoni_ora_pi_ricche_di_20_milioni_di_italiani-105248084/

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Attualità

Non fate figli

Certo, quello riguardo la natalità resta uno dei più radicati assiomi culturali. E il peggiore, inoltre.

Guardiamo i dati scientifici:
1) il pianeta Terra va spedito verso il collasso: l'uomo consuma più risorse di quante ne siano prodotte. Oltre l'inquinamento sempre crescente, che peggiora le condizioni di vivibilità. Questo non esclude si possa invertire la rotta in un futuro prossimo, ma ad oggi non esiste ancora questo impegno;
2) l'industria alimentare basata sulla carne è la più dispendiosa per rapporto tra quantità di risorse impiegate e alimenti prodotti, e causa di malnutrizione. Anche ricorrendo esclusivamente a un'industria alimentare ottimale (basata su cereali e legumi), pur se migliorativa della situazione, non sarebbe ancora sufficiente. Ad ogni modo, infatti, una superficie limitata e finita (che tale è, anche ipotizzando irrealisticamente che tutta la superficie terrestre possa essere coltivabile), che ha a disposizione risorse limitate e finite, in prospettiva non potrà nutrire una popolazione che tende a crescere illimitatamente;
3) ci sono 132 milioni di bambini orfani in attesa di un'adozione. La stragrande maggioranza di loro non vedrà esaudito il proprio desiderio, anche perché si è comunemente convinti che un figlio adottivo sia qualitativamente inferiore a un figlio concepito, nonché motivo di minori soddisfazioni;
4) la crisi economica ha impoverito tutta la popolazione, colpendo particolarmente i più giovani, che anche a trent'anni non hanno un lavoro o ne hanno uno precario e in nero, non hanno nessuna garanzia o stabilità, in molti casi sono costretti a ricorrere alle economie dei genitori. In definitiva, che spesso non sono in grado di sostenere nemmeno se stessi.

Questi i dati scientifici. Aggiungiamo una deduzione altrettanto scientifica, particolarmente condivisa e non frutto di pessimismo, ma di mero realismo:
5) è presumibile che nei prossimi decenni le guerre avranno per oggetto non più oro e petrolio, bensì cibo e acqua.

A tutto questo, aggiungo infine un parere opinabilissimo:
6) non esiste nessuna crisi economica, che sarebbe attualmente in corso e che avrebbe fatto seguito a un precedente periodo di normalità. L'attuale situazione è piuttosto quella di normalità, mentre nel passato si aveva "drogato" l'economia e sostenuto spese pubbliche con cambiali e saldo dei costi a lunga scadenza. Dunque non ci sarà e non ci sarà mai nessuna presunta "ripresa dell'economia", piuttosto una stabilizzazione dell'attuale situazione.

Veniamo alle deduzioni.

Alla luce di quanto detto, un governo responsabile e dotato di buon senso dovrebbe fare soltanto una cosa: politiche (e anche pesanti) per disincentivare la natalità. Massimo un figlio per coppia e soltanto per le coppie che manifestano un desiderio autonomo e consapevole (specie a riguardo delle responsabilità che comporta). Sanzioni economiche per chi supera il limite imposto.
D'altronde significa evitare che persone che non sono in grado di sostenere nemmeno se stesse - come già detto - debbano occuparsi di sostenere un numero indeterminato di figli. Che non avranno un posto all'asilo, che non potranno usufruire di incentivi per gli studi, che non avranno cibo a sufficienza, che non troveranno lavoro e così via.
Con il rischio che il costo ricada facilmente sullo Stato e quindi sulla collettività.

Qui sta il punto di cui in premessa. L'evidenza di un assioma insuperabile.
L'idea che la procreazione sia un passaggio necessario e obbligato della propria vita (e in base a cosa?) e che peggio sia preferibile concepire più di un figlio (e perché?).
L'idea che avere un figlio sia un diritto, come quello alla maternità sia un diritto di ogni donna e un'esperienza che non si può negare a nessuna (anche se poi quel figlio dovrà essere sostenuto da tutta la collettività, peraltro non riuscendoci?).
L'idea che mettere al mondo un figlio senza potergli garantire un futuro dignitoso e soddisfacente  - che dipende dal contesto ambientale già descritto, ma anche dalla capacità e dalla volontà dei genitori di essere tali - sia sempre meglio che negargli di venire al mondo (e non suona come un'assurdità?).

Le possibilità e gli strumenti della politica si scontrano rovinosamente contro questo assioma. Non solo la politica non agisce per disincentivare la natalità - come dovrebbe . Peggio, la destra e anche una buona parte della sinistra continuano ad incentivarla in ogni modo, arrivando persino a proporre la procreazione scriteriata e incontrollata come una soluzione ai problemi della nostra società. Una proposta che magari va a contrapporsi all'introduzione di percorsi utili per un'educazione sessuale. Producendo potenzialmente una futura catastrofe sociale.

Questo accade perché l'esistenza di quell'assioma permette in questo senso di ottenere un facile consenso elettorale. Peraltro realizzando soluzioni inadeguate: giusto per fare un esempio qualsiasi, è misurabile l'inefficacia di un "bonus bebè" (di uno o due migliaia di euro), che viene politicamente preferito a un'adeguata offerta di servizi per neonati. Ma chi lo propone si vedrà probabilmente coprire di scroscianti applausi.
Controprova ne è il fatto che chiunque abbia proposto o applicato politiche per disincentivare la natalità sia stato politicamente lapidato.

Il titolo è chiaramente una provocazione: se volete farne, fateli, ragionando però intorno a una vostra scelta e non su invito di terzi o come una possibile soluzione a presunti problemi (no, un figlio non è una soluzione a nessun problema). A prescindere, non lo negherei nemmeno a me stesso.
Ma quel titolo dovrebbe essere il messaggio veicolato dalle autorità, nel momento in cui il loro compito dovrebbe essere quello di garantire una sostenibilità sociale e dignitose condizioni di vita per tutta la popolazione (sia quella nascitura, sia quella già vivente), non di dare seguito e assecondare ogni desiderio che arriva dalla pancia dei cittadini.

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Attualità

Revenge porn

Stamattina ascoltavo la radio, dove si diceva che la ragazza che si è suicidata per il video porno "se l'è cercata".
Cosa nasconde questa frase - che sentiamo sempre più frequentemente - a livello semantico?

Si potrebbe pensare alluda alla sua ingenuità - e ingenua lo è stata, innegabilmente.
Ingenuità a riguardo della lealtà dei suoi amici da una parte e delle potenzialità dei moderni strumenti di comunicazione dall'altra. Questo vi risponderebbe chi la pronuncia, semmai gli chiedeste cosa intenda dire esattamente con quella frase*.

Ma è la vigliaccheria di coloro che, vergognandosi delle proprie meschine opinioni e sapendo di non poterle difendere in pubblico (perché indifendibili in un contraddittorio fondato sulla ragionevolezza), le mascherano dietro un ipocrita politically correct, utile a loro per continuare a pronunciarle e ricevere approvazione dal pubblico, pur consapevoli (sia chi pronuncia, sia chi ascolta) della loro ingiustizia.
Sottende infatti un più banale "è colpa sua", cioè un'attribuzione piena di ogni responsabilità dell'accaduto: è colpa della ragazza, perché lei "non sapeva forse che..?.".

Si noti: non è un reato tradire il fidanzato, riprendersi in video porno (con il consenso delle parti) o inviare quei video ad amici; è invece reato diffondere quei video (senza il consenso), prima a terzi e poi pubblicamente.
Quindi quale sarebbe, eventualmente, l'imputazione? A intuito si direbbe l'esatto contrario: la ragazza è nel pieno della ragione, semmai i responsabili sono i suoi amici e tutti coloro che hanno concorso alla condivisione del video, che dovrebbero essere imputati non solo per violazione della privacy e per lesione della dignità della ragazza, ma anche per istigazione al suicidio.
A dimostrazione, la ragazza stava ottenendo ragione nelle aule di tribunale.

Però per la pubblica opinione il diritto soccombe al consuetudinario: è irrilevante cosa dica la legge, è irrilevante quali siano i diritti individuali di una persona, viviamo in un mondo che "funziona così" (il consuetudinario, appunto) e quindi la colpa è della ragazza per aver agito in barba a questo principio. Nel rispetto della legge, certo, legge che invece altri non hanno rispettato, ma nella violazione del consuetudinario, più determinante.

Questo "funziona così", che difendiamo a spada tratta, è il solito retaggio della nostra società patriarcale e maschilista, che riconosce ampie libertà sessuali al genere maschile e pesanti limitazioni sessuali al genere femminile, fondando ormai buona parte della nostra cultura e dell'immaginario collettivo.
Il principio alla sua base è lo stesso che vede l'uomo sessualmente libero e promiscuo come un "eroe", come un modello sociale da seguire (contro anche una reale libertà, che dovrebbe vedere ognuno vivere il sesso come più gli aggrada, senza modelli né positivi, né negativi); mentre la donna sessualmente libera e promiscua come una "puttana" o come una poco di buono, moralmente condannabile.
Sempre come "eroi" sono visti gli attori maschili dei film porno, contro le attrici femminili viste alla stregua di merce da consumo, nonostante stiano effettivamente facendo la stessa cosa (il paradosso qui è oltre ogni evidenza).
Il principio è lo stesso che - ancora - colpevolizza la donna quando è vittima di stupro o di altre violenze fisiche, perché rea di essere sessualmente attraente, e che quindi assolve l'uomo perché ingiustamente provocato e costretto dalla donna ad agire tramite istinto animale.

Visto che stiamo dando un nome alle cose, chiamiamo anche il fenomeno complessivo con il termine corretto: si chiama revenge porn. Ed oltre ad essere in crescita esponenziale (in proporzione alla diffusione dei mezzi di comunicazione), non a caso colpisce esclusivamente il genere femminile.
D'altronde immaginate un attimo se possa mai essere a danno di uomo: diffondere foto o video che lo vedono impegnato in atti sessuali gli porterebbe soltanto consenso dai suoi simili, cioè l'effetto contrario, come già accennato (diverrebbe un eroe).

Ne sentiamo parlare non a sufficienza, perché questo accade solo quando l'oggetto della contesa è estremo (un video di sesso integrale) e quando le conseguenze sono altrettanto estreme (il suicidio di una ragazza). I casi più semplici, dove magari per "vendetta" l'ex (uomo) invia agli amici foto della ex (donna) in atteggiamenti intimi, sono concettualmente altrettanto gravi, ma ovviamente non si possono contare. Allo stesso modo sono finalizzati a ledere la dignità di una persona facendo leva e mettendo sotto un processo sommario e di piazza le sue libertà sessuali. E non essendone socialmente riconosciute al genere femminile, ovviamente è utilizzabile solo contro questo.

Allora forse, andrebbe aperto anche un grande processo contro la nostra società, visto che riconosce dei diritti legali a una donna, ma al tempo stesso la espone al pubblico ludibrio quando va ad esercitarli; peggio nel momento in cui quei diritti sono già ampiamente riconosciuti al genere maschile e quindi l'esercizio da parte del genere femminile va a concorrere essenzialemente verso una parificazione in termini di diritti.

* come volevasi dimostrare, mentre scrivevo questo articolo un ascoltatore ha chiamato in radio e ha ricevuto proprio questa spiegazione alla frase

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Attualità

Il complotto dei complottisti

Un'idea mi sono fatto: se davvero esiste un complotto, allora è il complottismo stesso. In altre parole: il complotto consisterebbe nell'indurre gli altri a credere che esistano complotti.

Partendo da scarsa istruzione e da impoverimento culturale, cioè dall'analfabetismo funzionale, mentre una massa di pecoroni (convinti che i pecoroni siano gli altri, quando loro sono ormai tutti uniformati nei loro deliri collettivi) corre dietro a scie chimiche, terremoti telecomandati, alieni mascherati da umani, set cinematografici per inscenare sbarchi lunari, organizzazioni massoniche che portano avanti piani per la conquista del mondo, i governi, la finanza, le multinazionali e altre organizzazioni varie (tutte con una cosa in comune: non hanno nulla di segreto e confermano essi stessi la propria esistenza) agiscono per smantellare diritti e servizi, ridistribuire la ricchezza verso l'alto, violare le norme che ne regolano poteri e ambiti di intervento.

Tutto alla luce del sole, ovviamente. Cosa abbastanza semplice, dal momento che buona parte degli altri è ipnotizzata davanti a questo o quel sito internet che affermerebbe di avere presunte prove circa l'esistenza delle sirene o del chupacabra. Rimanendo seduta dietro una scrivania, anziché scendendo in piazza. Contando che quelle rare volte in cui accade che effettivamente si riempia una piazza, accade perlopiù in opposizione a una non-dimostrata correlazione tra vaccini e autismo (per dirne una recente). Non certamente perché - come ampiamente e scientificamente dimostrato - il nostro e altri governi occidentali vendono illegalmente armi a altri governi che a loro volta le vendono a terroristi fondamentalisti, che poi le impiegano per questo o quell'attentato, portando infine proprio i governi di cui prima a dichiarare loro delle fantomatiche e mai intraprese guerre (per dirne un'altra recente).

C'è da aggiungere che - sempre nella mia opinione - il complottismo svolge a livello inconscio una funzione sociale e morale per le singole individualità: l'idea che esistano forze segrete, che operano piani segreti e tramite strumenti altrettanto segreti, la cui potenza non è umanamente contrastabile, pone ogni problema collettivo in termini di "fatalità" e "ineluttabilità", sollevando pertanto il singolo dal doversi impegnare per cambiare l'ordine delle cose (d'altronde, anche se lo volessi, come potrei contrastare una cosa che nemmeno posso vedere?). L'aspetto dell'assoluta segretezza del tutto rende infine non dimostrabile l'esistenza di questi complotti e di conseguenza (e viceversa) rende non dimostrabile anche la loro non-esistenza, sollevando (ancora) il singolo dal dover dimostrare la validità delle proprie teorie.

In termini definitivi: i complotti sono un bel modo per restarsene a farneticare dietro a un pc, senza peraltro doversi giustificare, né verso il resto della società, né tanto meno verso se stessi. Frattempo nel mondo reale ogni cosa continua a proseguire nella direzione di sempre.

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Attualità

Appunti sull'obiezione di coscienza

Percentuali da capogiro, quelle che potete vedere in questa infografica (via Presa Diretta). Che in alcune realtà - come le regioni Basilicata e Molise o la città di Bolzano - tendono persino al 100%.

Io sono ovviamente contrario all'obiezione di coscienza. Ma qui non entrerò nel merito della mia posizione specifica, perché qui possiamo anche supporre che l'obiezione sia legittima - ai soli fini del discorso, poi in un futuro articolo ci sarà magari la possibilità di approfondire la mia posizione riguardo la legittimità dell'obiezione.

Dunque, come dicevamo, supponiamo che sia legittima.
Qui però siamo di fronte a una realtà particolarmente grave e preoccupante: in Italia le donne non possono esercitare un proprio diritto (legge 194) e, di conseguenza, lo Stato risulta inadempiente, dal momento che riconosce un diritto, ma materialmente è lui stesso a ostacolarne materialmente l'esercizio (visto che, essendo il servizio sanitario è pubblico, lo Stato è lo stesso soggetto che, da una parte, riconosce e disciplina quel diritto e che, dall'altra, dovrebbe offrirne la possibilità di accesso).

Ora, poiché il diritto alla salute del cittadino è prioritario rispetto alla realizzazione professionale del singolo medico (che si traduce nel voler diventare necessariamente un ginecologo anziché un ortopedico e contemporaneamente nell'esercitare l'obiezione di coscienza), si rende necessario adottare due provvedimenti:

  1.  imporre un tetto massimo di medici obiettori per ogni presidio. Ragionevolmente non vedo perché dovrebbe essere superiore al 33% del totale.
    Prima la salute e i diritti della donna. Poi, quando questi sono soddisfatti, solo quando si è certi di averli soddisfatti, allora può venire il diritto  del singolo di voler diventare un ginecologo e contemporaneamente esercitare l'obiezione di coscienza;
  2. verificare (nella totalità dei casi e non a campione) che nessun obiettore successivamente offra gli stessi servizi tramite privato. Dovrebbe essere uno dei requisiti per l'esercizio dell'obiezione di coscienza.
    Perché qui, oltre l'infrazione del codice deontologico (procurata non certamente dal singolo obiettore, ma nel momento in cui i medici presenti sono tutti obiettori e il paziente rimane effettivamente senza cure), si configura anche l'ipotesi di truffa ai danni dello Stato, dal momento che l'obiezione può diventare uno strumento molto efficace per impedire un servizio pubblico così da poterlo successivamente offrire in forma privata.
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Questo Paese ha bisogno di un family day. Sì, ce ne sarebbe veramente bisogno. Perché un family day sarebbe un'ottima occasione per parlare della famiglia, dei suoi problemi, dei suoi mille problemi, di tutti quei problemi che oggi le si parano davanti, insormontabili.
Questo Paese ha bisogno di un family day, perché a proposito della famiglia c'è un'infinità di cose da dire alla politica e alla società.

Ad esempio, per dire che oggi una coppia di trentenni (se non peggio una coppia di quarantenni) tra disoccupazione, occupazione precaria, aumento del costo della vita, carenza o assenza di welfare sociale non può andare a convivere e tirarla su, una famiglia.
Oppure per dire che quelli che ci sono riusciti o quelli che sono più in là con gli anni e una famiglia già ce l'hanno e devono mantenerla, sono costretti a fare i salti mortali, sempre per gli stessi motivi e spesso tra rinunce sempre più grandi («o gli occhiali nuovi, oppure il dentista. Facciamo gli occhiali nuovi, il prossimo mese forse il dentista»).
O anche per dire che gli asili nido e le strutture per l'infanzia non funzionano, sono inadeguate o assenti, prima perché i posti non erano sufficienti a soddisfare tutte le domande, adesso perché tra la contrazione delle disponibilità economiche delle famiglie (da una parte) e l'aumento delle rette (dall'altra) il 20% delle famiglie a cui viene comunque riconosciuto un posto preferisce rinunciarvi (fonte).

Chiaramente potrei continuare all'infinito - soprattutto essendo io un logorroico -, ma credo che il concetto sia chiaro. E ho volontariamente taciuto ogni esempio a proposito dell'istruzione (dalle elementari alle superiori), nonostante la scuola italiana versi ormai nella miseria totale, sia a riguardo di infrastrutture e materiali, sia a riguardo dell'offerta scolastica.
Portandola all'estrema sintesi: chi non ha un famiglia, non riesce ad averla, pur avendone la volontà; chi già ce l'ha vede quotidianamente ridursi diritti e strumenti fino al giorno prima riconosciuti e allo stesso tempo ridursi anche le risorse per la gestione delle spese familiari.

Oh, eccome se c'è bisogno di un family day! Anzi, se volessimo fare le cose per bene e quindi spiegare tutto ciò che non funziona nelle famiglie moderne e per le famiglie moderne, dovremmo restare una settimana in piazza. Più che un family day, diverrebbe un "family week". 

Invece le cose stanno un po' diversamente. Il family day c'è, lo hanno organizzato, si fa.
Ma non è propositivo (non aggiunge, né migliora qualcosa), non è estensivo (verso chi i diritti non li ha), non si offre come un garante (per chi non può esercitare i propri diritti o per chi si vede togliere diritti), non avanza nessuna denuncia (verso tutto ciò che dovrebbe funzionare e invece non funziona).

Lo hanno organizzato, si fa. Ma dalla sua bocca, sentiamo dire un'unica cosa: che non tutti devono avere gli stessi diritti civili. E questo accade nonostante in questo caso trattasi esclusivamente di diritti che non incidono assolutamente sulla collettività. D'altronde, se due persone dello stesso sesso desiderano sposarsi, non possono arrecare nessun danno né a me, né alla comunità, né diretto, né indiretto, anche se volessero; se due persone dello stesso desiderano togliere un bambino dall'orfanotrofio, non possono arrecare nessun danno né a me, né alla comunità, né ancora al bambino in questione, che probabilmente in quell'orfanotrofio ci sarebbe rimasto.
Ed è un dire, questo, privo di ogni argomentazione logica: perché le uniche che vengono espresse si scoprono essere facilmente solo un'ortodossia religiosa.

Il family day funziona un po' così: se una mamma si rivolge a questi personaggi, magari perché in un modo o in un altro non può mandare il figlio all'asilo nido e dovrà quindi licenziarsi dal lavoro per seguirlo personalmente, non riceverà nessun interesse da parte loro. E però, a loro interessa sapere chi va a letto con chi, chi sta sopra e chi sta sotto, e su questo esprimere infine un giudizio morale, del quale - secondo la loro opinione - dovrebbero interessarsi e preoccuparsi tutti.

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Ne parlano tutti, se ne parla insistentemente da giorni. Tutti stanno scendendo in piazza, chi per dirsi a favore, chi per dirsi contrario. Sto ovviamente parlando dell'imminente referendum per l'abrogazione del divorzio, se non l'aveste capito.

Per chi si fosse perso qualche passaggio: qualche anno fa, il 1° dicembre 1970, il governo ha introdotto il diritto al divorzio (legge 898/70, Disciplina dei casi di scioglimento del matrimonio), concedendo ai cittadini di esercitare questa pratica.
Fortunatamente però, alcune forze politiche hanno saggiamente organizzato un referendum abrogativo, che si terrà fra qualche mese, il 12 e 13 maggio 1974. Essendo un referendum abrogativo, che si propone di cancellare una legge, votando "sì" si manifesta l'intenzione di abolire il diritto al divorzio, votando "no" di mantenere il diritto.

Allora, vi voglio spiegare perché io sono l'abolizione del divorzio.

I motivi sono obiettivamente tanti e quindi qui vi riporterò solo i cinque che, a mio parere, sono più significativi, in ordine sparso.

Contro la religione e contro la Costituzione. Il divorzio non è riconosciuto da nessuna religione, tanto meno la nostra, quella cristiana. Tutto al contrario, semmai. Infatti, la Bibbia dice con chiarezza:

Agli sposati invece ordino, non io ma il Signore, che la moglie non si separi dal marito. E qualora si separasse, rimanga senza maritarsi, o si riconcili col marito. E il marito non mandi via la moglie.

Del divorzio, non troviamo traccia nemmeno nella Costituzione, per chi volesse proprio appellarsi alla laicità. Infatti anche qui, i nostri padri costituenti, in tutta la loro saggezza, hanno stabilito che:

La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio.
Il matrimonio è ordinato sull'eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare

Non solo, dunque, non si trova traccia di alcun riconoscimento del divorzio. Ma, al contrario, la Costituzione si fa garante dell'unità familiare.

Il valore di un contratto. Il matrimonio altro non è che un contratto tra parti - in questo caso due, un uomo e una donna. Se offriamo alle persone la possibilità di annullarlo per qualsiasi vezzo o capriccio del momento («non ho più molta voglia di essere tua moglie»), peggio se questo può essere fatto a partire dalla volontà di uno solo dei due coniugi (come vorrebbe qualcuno), allora sostanzialmente annulliamo il valore di ogni contratto.
Se salgo sull'altare e pronuncio le fatidiche parole («sì, lo prometto», «sì, per sempre»), ma poi in qualsiasi momento posso dire «no, scusate ma mi sono sbagliato, ci ho ripensato» e magicamente si annulla tutto, allora le persone saranno portate a pensare che ogni accordo, ogni impegno, ogni responsabilità assunta può essere abbandonata in qualsiasi momento, anche per una semplice questione di opportunismo.
In altri termini, il diritto al divorzio deresponsabilizza le persone, installando l'idea che: un impegno è un impegno, ma anche no, se non ne ho più voglia.

Aumento dei rapporti extra-coniugali (tradimenti). Oggi, prima di tradire il proprio partner, ci si pensa due volte: sappiamo che se si venisse scoperti, sarebbero guai seri e l'altro coniuge vorrà fare i conti.
Con il divorzio, al contrario, i tradimenti potranno essere portati avanti con maggiore leggerezza: si continuerebbe ad essere sposati, peraltro come se nulla fosse, poiché se anche si venisse scoperti, beh, c'è il divorzio a risolvere il problema.
Insomma, il diritto al divorzio farà aumentare esponenzialmente i casi di tradimento.

I bambini. Probabilmente, la questione più importante. Cosa diremo ai nostri figli? Un bambino, si sa, non ha gli strumenti e le capacità per comprendere cosa possa mai significare il divorzio. Dunque come spiegheremo ai nostri figli che «mamma e papà non vogliono più essere mamma e papà»?
Comprenderanno? E proprio perché non possono comprendere una questione così complessa, facilmente crederanno che i loro genitori non li vogliono più come figli, che sono proprio loro, i figli, l'oggetto dell'abbandono.
Ancora, i figli potrebbero essere affidati a uno solo dei due coniugi, quindi avremo bambini che cresceranno senza la mamma o senza il papà. Può essere accettabile un'eventualità del genere? E lecito accettare che per garantire il diritto al divorzio, si neghi ai bambini il diritto di crescere con una mamma e un papà? Decisamente no, direi.
Ancora, di conseguenza, questi bambini saranno derisi e emarginati dai loro coetanei: «tu hai solo la mamma» o «che fine ha fatto il tuo papà?». Oppure, peggio ancora: «la tua mamma non ti ha più voluto» o «il tuo papà si è stufato di te e se n'è andato». Un motivo di eccessiva emarginazione sociale, specie ai danni dei più piccoli.

Decoro pubblico. È lecito presumere che, successivamente al divorzio, le persone potrebbero volere un nuovo partner e magari sposarsi nuovamente. Una seconda, una terza o persino una quarta volta. E, come se non bastasse, da queste nuove relazioni potrebbero nascere altri figli: figli, figliastri, fratellastri e sorellastre.
Ora, senza che io stia qui ad argomentare oltre quanto dovuto, vi apparirà evidente come si ponga un'importante questione di decoro pubblico. Francamente, io non voglio vedere andare a spasso marito, moglie, ex-moglie, ex-ex-moglie, due figli diversi da ognuna di queste per un totale di sei figli e figliastri.


Questo è un post sarcastico. Eppure è un post serio, serissimo.

Facendo una ricerca storica, si scopre che in tema di introduzione di nuovi diritti e di estensione di diritti già esistenti, le motivazioni dei contrari sono sempre sulla stessa falsa riga. Le ipotesi apocalittiche fanno sempre riferimento a una distruzione della società umana come (fino a quel momento) conosciuta. Qualsiasi sia il diritto in questione e qualsiasi sia il periodo storico di riferimento, anche se le motivazioni si sviluppano verso diverse direzioni, hanno tutte lo stesso punto di partenza: la paura verso ciò che è non è ancora conosciuto.

Se prendiamo un qualsiasi diritto oggi universalmente riconosciuto come "normale" (come il divorzio), perché ampiamente diffuso e praticato, e andiamo a rintracciare le argomentazioni di chi a suo tempo era contrario, adesso ci fanno sorridere. Le troviamo semplicemente ingenue e fantasiose.
Eppure sono le stesse argomentazioni che oggi vengono utilizzate, allo stesso modo, per contrastare nuovi e altri diritti.

In questo post ho scelto il divorzio, ma avrei potuto scegliere qualsiasi altra cosa. Il punto è questo: molti esponenti politici che oggi sono contrari alle unioni civili, specie tra persone dello stesso sesso, sono divorziati. Molti si sono anche risposati, alcuni anche più di una volta. Molti altri hanno tradito il coniuge. È normalità, ci mancherebbe.
Eppure sono fermamente convinto che, se fossero nati quarantanni prima, si sarebbero scagliati contro il diritto al divorzio avanzando le stesse argomentazioni che praticano oggi.


L'istituto Luigi Sturzo raccoglie molto materiale storico e permette di ricercare all'interno dei suoi archivi. Qui trovate molto materiale riguardo la discussione che negli '70 riguardava l'abolizione del divorzio.

Qualche manifesto significativo:
http://digital.sturzo.it/manifesto/1042382
http://digital.sturzo.it/manifesto/1042374
http://digital.sturzo.it/spogliogenerale/1974/19740425/31/16/lalegc
http://digital.sturzo.it/spogliogenerale/1974/19740419/31/12/lalegc
http://digital.sturzo.it/manifesto/1042377
http://digital.sturzo.it/manifesto/1042375

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referendum hanno un quorum da raggiungere. Non discuto della legittimità del quorum (penso infatti sia legittimo e anzi necessario), ma l'esistenza di un quorum fa sì che i contrari preferiscano far vincere l'astensionismo piuttosto che far vincere il "no".
E come si fa vincere l'astensionismo per un referendum? Semplicemente evitando di informare i cittadini della sua esistenza. Se non sanno che c'è un referendum, non andranno a votare.
Strategia legittima, non discuto nemmeno di questo.

Ma questa strategia cosa determina, a sua volta? Una condizione per la quale i cittadini sentiranno soltanto le ragioni del "sì", mentre quelle a favore del "no" non verranno probabilmente nemmeno pronunciate.
Realizzare e distribuire materiale pubblicitario con le "ragioni del no"? Meglio evitare, perché se finisse nelle mie mani io verrei a conoscenza dell'esistenza del referendum stesso (del quale, magari, prima non sapevo nulla) e successivamente, raggiunto questo primo e ovvio risultato, potrei non trovarmi d'accordo con quelle ragioni e votare comunque "sì". Si eviterà anche di costituire "comitati per il no" (avete mai notato che sono sempre pochissimi e sproporzionati?), perché anche questa sarebbe già di per sé una notizia riguardo l'esistenza di un referendum.
Quindi: silenzio stampa totale. È la strategia oggettivamente migliore.

Cercare di far vincere le ragioni del "no" è ovviamente molto più complesso e impegnativo. Mentre cercare di convincere consapevolmente i cittadini a non andare proprio a votare (ovvero spiegare loro che un referendum c'è, ma è meglio ignorarlo) è ancora peggio e potrebbe generare così tanta confusione nell'elettorato da produrre il risultato opposto.

Questa è una situazione che si presenta ciclicamente ad ogni referendum, perché dovuta proprio alla natura del referendum (la presenza di quorum).

Sta anche bene. Ripeto: non discuto della legittimità di questo.
È però poi paradossale se contemporaneamente chi è contro il "sì" si lamenta dello stesso, medesimo problema, ovvero di un'informazione (a riguardo dei quesiti) in un'unica direzione. Denunciano quello che (a loro dire) è sempre lo stesso problema: la "disinformazione". Denunciano, in altre parole, il fatto che i cittadini non siano stati correttamente informati riguardo tutte le posizioni.

Giustamente, coloro che sono a favore del "sì" fanno una propria campagna referendaria, essenzialmente finalizzata alla promozione delle ragioni a favore del "sì" (ci si meraviglia davvero di questo?). Di conseguenza, quella parte di cittadini che fruisce dell'informazione pubblica (o perché la cerca consapevolmente, oppure perché ci si scontra per forza di cose), fruirà inevitabilmente solo di una parte di informazione.

Mi fermo qui. Perché presumo che, a questo punto, il paradosso costituito da questa posizione sia evidente e non necessiti di ulteriori spiegazioni o esemplificazioni.
La situazione di "presunta disinformazione" denunciata dai contrari al "sì" è effettivamente reale, certo, ma è causata esclusivamente dalla strategia da loro applicata e loro ne sono gli unici responsabili.

Ora sintetizzo questo mio intero articolo in un'unica frase finale: decidete che cazzo volete fare, basta che poi siate coerenti.

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Attualità

Il sionismo di Woody Allen

Quando muovete delle critiche razionali al sionismo e dall'altra parte si limitano a rispondere accusandovi di anti-semitismo, di fatto tranciando la discussione ed evitando strategicamente di entrare nel merito della stessa, due sono le ipotesi possibili:

1) vi trovate di fronte a un sionista;
2) vi trovate di fronte a un idiota.

Poi uno può anche fare bei film o brutti film (Woody Allen), può anche scrivere begli articoli o brutti articoli (Roberto Saviano), ma resta comunque un sionista o - nella migliore delle ipotesi - un idiota.

Che poi, a pensarci bene, è comunque la stessa cosa: il sionismo è soltanto una delle numerose manifestazioni dell'idiozia umana.

(l'articolo completo è qui, è stato pubblicato nel 2013, così come questa dichiarazioni sono state affermate nel 2013. Ma il ragionamento è sempre d'attualità)