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Attualità

Questo Paese ha bisogno di un family day

Questo Paese ha bisogno di un family day. Sì, ce ne sarebbe veramente bisogno. Perché un family day sarebbe un'ottima occasione per parlare della famiglia, dei suoi problemi, dei suoi mille problemi, di tutti quei problemi che oggi le si parano davanti, insormontabili.
Questo Paese ha bisogno di un family day, perché a proposito della famiglia c'è un'infinità di cose da dire alla politica e alla società.

Ad esempio, per dire che oggi una coppia di trentenni (se non peggio una coppia di quarantenni) tra disoccupazione, occupazione precaria, aumento del costo della vita, carenza o assenza di welfare sociale non può andare a convivere e tirarla su, una famiglia.
Oppure per dire che quelli che ci sono riusciti o quelli che sono più in là con gli anni e una famiglia già ce l'hanno e devono mantenerla, sono costretti a fare i salti mortali, sempre per gli stessi motivi e spesso tra rinunce sempre più grandi («o gli occhiali nuovi, oppure il dentista. Facciamo gli occhiali nuovi, il prossimo mese forse il dentista»).
O anche per dire che gli asili nido e le strutture per l'infanzia non funzionano, sono inadeguate o assenti, prima perché i posti non erano sufficienti a soddisfare tutte le domande, adesso perché tra la contrazione delle disponibilità economiche delle famiglie (da una parte) e l'aumento delle rette (dall'altra) il 20% delle famiglie a cui viene comunque riconosciuto un posto preferisce rinunciarvi (fonte).

Chiaramente potrei continuare all'infinito - soprattutto essendo io un logorroico -, ma credo che il concetto sia chiaro. E ho volontariamente taciuto ogni esempio a proposito dell'istruzione (dalle elementari alle superiori), nonostante la scuola italiana versi ormai nella miseria totale, sia a riguardo di infrastrutture e materiali, sia a riguardo dell'offerta scolastica.
Portandola all'estrema sintesi: chi non ha un famiglia, non riesce ad averla, pur avendone la volontà; chi già ce l'ha vede quotidianamente ridursi diritti e strumenti fino al giorno prima riconosciuti e allo stesso tempo ridursi anche le risorse per la gestione delle spese familiari.

Oh, eccome se c'è bisogno di un family day! Anzi, se volessimo fare le cose per bene e quindi spiegare tutto ciò che non funziona nelle famiglie moderne e per le famiglie moderne, dovremmo restare una settimana in piazza. Più che un family day, diverrebbe un "family week". 

Invece le cose stanno un po' diversamente. Il family day c'è, lo hanno organizzato, si fa.
Ma non è propositivo (non aggiunge, né migliora qualcosa), non è estensivo (verso chi i diritti non li ha), non si offre come un garante (per chi non può esercitare i propri diritti o per chi si vede togliere diritti), non avanza nessuna denuncia (verso tutto ciò che dovrebbe funzionare e invece non funziona).

Lo hanno organizzato, si fa. Ma dalla sua bocca, sentiamo dire un'unica cosa: che non tutti devono avere gli stessi diritti civili. E questo accade nonostante in questo caso trattasi esclusivamente di diritti che non incidono assolutamente sulla collettività. D'altronde, se due persone dello stesso sesso desiderano sposarsi, non possono arrecare nessun danno né a me, né alla comunità, né diretto, né indiretto, anche se volessero; se due persone dello stesso desiderano togliere un bambino dall'orfanotrofio, non possono arrecare nessun danno né a me, né alla comunità, né ancora al bambino in questione, che probabilmente in quell'orfanotrofio ci sarebbe rimasto.
Ed è un dire, questo, privo di ogni argomentazione logica: perché le uniche che vengono espresse si scoprono essere facilmente solo un'ortodossia religiosa.

Il family day funziona un po' così: se una mamma si rivolge a questi personaggi, magari perché in un modo o in un altro non può mandare il figlio all'asilo nido e dovrà quindi licenziarsi dal lavoro per seguirlo personalmente, non riceverà nessun interesse da parte loro. E però, a loro interessa sapere chi va a letto con chi, chi sta sopra e chi sta sotto, e su questo esprimere infine un giudizio morale, del quale - secondo la loro opinione - dovrebbero interessarsi e preoccuparsi tutti.

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Appunti sull'obiezione di coscienza

Percentuali da capogiro, quelle che potete vedere in questa infografica (via Presa Diretta). Che in alcune realtà - come le regioni Basilicata e Molise o la città di Bolzano - tendono persino al 100%.

Io sono ovviamente contrario all'obiezione di coscienza. Ma qui non entrerò nel merito della mia posizione specifica, perché qui possiamo anche supporre che l'obiezione sia legittima - ai soli fini del discorso, poi in un futuro articolo ci sarà magari la possibilità di approfondire la mia posizione riguardo la legittimità dell'obiezione.

Dunque, come dicevamo, supponiamo che sia legittima.
Qui però siamo di fronte a una realtà particolarmente grave e preoccupante: in Italia le donne non possono esercitare un proprio diritto (legge 194) e, di conseguenza, lo Stato risulta inadempiente, dal momento che riconosce un diritto, ma materialmente è lui stesso a ostacolarne materialmente l'esercizio (visto che, essendo il servizio sanitario è pubblico, lo Stato è lo stesso soggetto che, da una parte, riconosce e disciplina quel diritto e che, dall'altra, dovrebbe offrirne la possibilità di accesso).

Ora, poiché il diritto alla salute del cittadino è prioritario rispetto alla realizzazione professionale del singolo medico (che si traduce nel voler diventare necessariamente un ginecologo anziché un ortopedico e contemporaneamente nell'esercitare l'obiezione di coscienza), si rende necessario adottare due provvedimenti:

  1.  imporre un tetto massimo di medici obiettori per ogni presidio. Ragionevolmente non vedo perché dovrebbe essere superiore al 33% del totale.
    Prima la salute e i diritti della donna. Poi, quando questi sono soddisfatti, solo quando si è certi di averli soddisfatti, allora può venire il diritto  del singolo di voler diventare un ginecologo e contemporaneamente esercitare l'obiezione di coscienza;
  2. verificare (nella totalità dei casi e non a campione) che nessun obiettore successivamente offra gli stessi servizi tramite privato. Dovrebbe essere uno dei requisiti per l'esercizio dell'obiezione di coscienza.
    Perché qui, oltre l'infrazione del codice deontologico (procurata non certamente dal singolo obiettore, ma nel momento in cui i medici presenti sono tutti obiettori e il paziente rimane effettivamente senza cure), si configura anche l'ipotesi di truffa ai danni dello Stato, dal momento che l'obiezione può diventare uno strumento molto efficace per impedire un servizio pubblico così da poterlo successivamente offrire in forma privata.