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Spezzoni del romanzo

Lo specchio

Di tutte le condanne che rendono prigionia le nostre esistenze, cibarsi dei propri rimpianti temo essere la peggiore condizione umana. Così, alla vostra codardia, alle vostre esitazioni, solo un compito ho assegnato a me stessa: divorare ogni singola possibilità finché non ne ho succhiato il midollo.
È assumendo questa consapevolezza, guardandomi allo specchio come nuda, che quelli non mutano in rimorsi. Così, anche se non libera da ogni fardello, almeno io riesco ancora a camminare, senza troppa goffagine.

Spezzoni del romanzo

Tempo

Passando il tempo, la stessa domanda torna a porsi ogni volta con maggiore frequenza: «riuscirò mai ad uscirne?». Si potrebbe pensare essa nasca dalla crescente frustrazione, mentre ad aumentare è invece un opposto desiderio di liberazione.
È proprio nella coscienza di come il tempo vada sommandosi a se stesso - altro tempo oltre il tempo - che facilmente vorrei rispondere alla domanda con un'altra domanda: «quando è stata l'ultima volta che sono stata veramente felice?».
Questa, almeno per me, è già una novità, ed irrompe rumorosamente solo quando mi sorprendo di quanto sia diventata alta la pila di quel tempo. Cosa che non mi era mai capitato fare, prima di ora.

Non vi è una stretta logicità tra le due cose. Si è portati a credere che misurare la quantità di tempo già versato possa aiutare a stimare quello invece ancora rimanente. Istintivamente, più va allungandosi la strada verso un traguardo sconosciuto, più si crede quel traguardo vicino: se sono in viaggio da molto, evidentemente sono vicina alla meta. È l'insofferenza dovuta alla stanchezza di un viaggio così lungo che matura il desiderio affinché finisca in breve.
Messa così, a bruciapelo, di fronte a quella domanda io vedo solo il vuoto, una bolla di silenzio spezzata al limite da qualche timido mugugno, da un balbettio. Diventa subito evidente come sia richiesto un qualcosa in più, uno sforzo mentale. Perché sì, esistono tanti, singoli e sconnessi momenti di felicità nella vita - nella mia come in quella di chiunque -, se non almeno momenti di tregua o di apparente quiete. Saltano subito all'attenzione. Ma la loro somma resta comunque distante dal condurre al risultato voluto. E perché ad un certo punto si arriva anche a sentire il bisogno di ricostruire quando sia cominciato tutto questo.

Non ricordo e a quindi avrò bisogno di ricordare. È già questo un primo motivo di allarme: se così è, è un'ulteriore prova di quanto tempo sia passato.

Sicuramente, dopo un numero indeterminabile di secondi, si riuscirà nell'obiettivo, essendo improbabile che la nostra memoria abbia rimosso pure quel poco di buono per far posto a quanto invece oggi incombe. Ma quando ciò avviene, quanto torna distintamente alla mente è soltanto il ricordo di come ci si sentisse felici. Il contesto, che poteva essere dato dalle persone, dallo spazio, le motivazioni di fondo risultano invece più scomposte, se non addirittura confusionarie o sfocate.
Si ricorda che è esistito, ma non come fosse. Ecco, allora, altro sintomo: è passato così tanto tempo che il processo di sgretolamento della memoria si trova ormai a uno stadio molto avanzato. Di quel ricordo rimane appena il ricordo stesso del fatto che sia esistito.
È lì che il desiderio di cui prima, che muoveva verso quelle domande per poi trovare altre risposte, a questo punto lascia inesorabilmente lo spazio alla paura, che in genere è la paura che la propria non sia tanto una questione di mera fatalità, che dovrà pur terminare così come è cominciata, ma che sia semmai una condizione propria ed essenziale dell'essere, irrinunciabile.

Spezzoni del romanzo

Dentro il presente

«Perdonami», si giustificò, «ma io vivo un altro tempo, diverso e diametralmente opposto al tuo». La guardò, quasi incredulo. «Perché, non viviamo forse tutti lo stesso tempo?».
«No». Volse lo sguardo a terra e lui vide appena che alla domanda si era immediatamente rasserenata, prima ancora che la terminasse. «Tra noi tutti, vi sono alcuni, pochi, che vivono un loro, proprio tempo, invisibile ad occhi estranei. Alcuni semplicemente fissano il proprio passato, contemplando qualcosa che è già stato. E poiché non impiegano altro sforzo se non questo, guardarsi alle spalle, per loro non farà mai ritorno un momento simile a quello che hanno vissuto, all'oggetto di quel contemplare. Di più, del passato essi fissano un unico, distinto punto, e non il passato nel suo complesso, per cui del presente non sanno godere nemmeno quando si è appena consumato, appena scorre oltre loro. Altri, invece, scrutano oltre l'orizzonte, verso il futuro: sono coloro che vivono nell'attesa di vedere realizzato il tempo dei loro desideri e che consumano il presente in quell'attesa. Magari questi hanno più audacia: stringono il presente, così che possa mutare nelle condizioni utili affinché si realizzi il futuro cui ambiscono.E per questo sono già più fortunati dei primi. Ma, in fondo, entrambi vivono la medesima prigionia di coloro che, guardando altrove, anche quando sfiorati dalla felicità passeggera, non la riconosco e dunque non la afferrano».
Capì che lei gli stava rivelando un segreto e che quella serenità velava forse un senso opprimente di rassegnazione, prima nel suo volto, poi nella sua voce.
«Eppure, non capisco a quale dei due appartieni». Lei sorrise, come sorrideva ogni volta che doveva misurarsi con la sua ingenuità.
«Io appartengo al terzo e ultimo gruppo, che è sintesi dei precedenti e loro drammatica degenerazione: quello di coloro che guardano solo al futuro con l'aspettativa che porti l'inaspettato dono di un passato cui sono stati ormai privati. Di tutte, la peggiore delle prigionie».
«E secondo te esiste un modo per liberarsi da questa prigionia?».
«Ho consapevolezza della sua incombenza, come puoi vedere, e infatti la odio. Quindi, se io sapessi dove è nascosta la chiave della mia cella, non avrei esitato a utilizzarla e ora non sarei qui. Così, se adesso sono qui, è perché non lo so. Però, direi che per ora potresti tenermi per mano. Vorrei che tu mi tenessi per mano. Probabilmente non funzionerà, ma almeno mi sarai di compagnia».

Spezzoni del romanzo

Ho fissato il sole

«Da piccolo ho fissato intensamente il sole per alcuni secondi. Pur con la maturità di oggi, non saprei spiegare né come sia stato possibile, né perché l'abbia fatto, ma il danno causato alla retina si è rivelato fatalmente irreversibile e adesso la mia vista è velata da macchie nere.
Così i comportamenti umani possono distinguersi tra quelli puramente dettati dall'istinto e quelli mossi dall'esperienza e quindi dominati della razionalità.
Voi non potreste fissare il sole. Non dovreste avvertire il desiderio di fissarlo e anche se lo doveste incrociare e quello dovesse scivolare all'interno del vostro campo visivo, allora, per un riflesso quasi incondizionato, sentireste naturalmente lo stimolo a volgere altrove lo sguardo. Potremmo dire, per semplicità, che il vostro istinto, pur essendo lontano da un'onniscenza propria, possiede in sé molte risposte ad altrettante domande e che la vostra ragione non vi oppone resistenza, quando queste si dimostrano discretamente sufficienti.
In altri casi l'istinto, mostrandosi più cagionevole, abdica in favore della ragione. Come nelle relazioni umane, si dimostra essenziale vedersi inflitta una ferita per avere cognizione esatta della pericolosità di una lama. Ed è per questo tramite che il dolore può assumere la forma della conoscenza e quindi persino rivelarsi un dono: è l'ingenuità che porta infine alla saggezza. Così, quando l'istinto non avverte la pericolosità di un tizzone ardente, quando per esempio questo si mostra in una forma più umana, diventa necessario bruciarsi e soltanto la cicatrice procurata colma quel divario e si rivela essere chiave di volta.
Mille volte ho sentito quella voce scivolare dal davanzale della finestra che si apre sui miei sogni. Ciò nonostante, ancora oggi coltivo il vizio di lasciare quella intenzionalmente aperta, quanto basta affinché sia sufficiente il più labile alito di vento per varcarla. Mi piace pensare che, da quando ho fissato il sole, possiedo uno sguardo tutto mio sul mondo».

[Già pubblicato il 28/01/2015]