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Musica

La buona novella

Siamo nel 1970: mentre la rivolta studentesca impazza ovunque, Fabrizio è impegnato nella realizzazione del suo quarto album, La buona novella. Quando gli chiesero il motivo per il quale si stava dedicando a un lavoro del genere, nel bel mezzo di un simile contesto storico, rispose: "perché Gesù Cristo è il più grande rivoluzionario della storia!".

E precisa questo particolare punto di vista:

Eravamo in piena rivolta studentesca. I miei amici, i miei compagni, i miei coetanei hanno pensato che quello fosse un disco anacronistico. Mi dicevano: «cosa stai a raccontare della predicazione di Cristo, che noi stiamo sbattendoci perché non ci buttino il libretto nelle gambe con scritto sopra sedici? Noi facciamo a botte per cercare di difenderci dall'autoritarismo del potere, dagli abusi, dai soprusi». [...] Non avevano capito - almeno la parte meno attenta di loro, la maggioranza - che La buona novella è un'allegoria. Paragonavo le istanze migliori e più ragionevoli del movimento sessantottino, cui io stesso ho partecipato, con quelle, molto più vaste spiritualmente, di un uomo di 1968 anni prima, che, proprio per contrastare gli abusi del potere, i soprusi dell'autorità, si era fatto inchiodare su una croce, in nome di una fratellanza e di un egualitarismo universali

È uno tra i lavori meglio riusciti della sua carriera - come dirà lui stesso -, perché da un lato comprende alcuni tra i componimenti più importanti della sua antologia (Il sogno di Maria, Tre madri e Il testamento di Tito), dall'altro riesce a fare piena chiarezza sul complicato rapporto tra il poeta genovese e la fede, sul senso del messaggio di quello - lui, Fabrizio - che è stato definito come un "evangelista anarchico e apocrifo".

È un rapporto, questo, che va ben oltre La buona novella, che parte già da Preghiera in gennaio (da Volume I, 1967):

Lascia che sia fiorito, Signore, il suo sentiero, quando a te la sua anima e al mondo la sua pelle dovrà riconsegnare. Quando verrà al tuo cielo, là dove in pieno giorno risplendono le stelle.

Dio di misericordia, il tuo bel Paradiso lo hai fatto soprattutto per chi non ha sorriso, per quelli che han vissuto con la coscienza pura

e che si conclude con il testamento spirituale della Smisurata preghiera (da Anime Salve, 1996)

Ricorda, Signore, questi servi disobbedienti alle leggi del branco. Non dimenticare il loro volto, che, dopo tanto sbandare, è appena giusto che la fortuna li aiuti. Come una svista, come un'anomalia, come una distrazione, come un dovere

passando attraverso la critica alle false divinità di Coda di Lupo (da Rimini, 1978):

E al loro dio goloso non credere mai.
E a un dio senza fiato non credere mai

e le parole di Un blasfemo (dietro ogni blasfemo c'è un giardino incantato) (da Non al denaro, non all'amore né al cielo, 1971)

Non mi uccise la morte, ma due guardie bigotte. Mi cercarono l'anima a forza di botte, perché dissi che Dio imbrogliò il primo uomo, lo costrinse a viaggiare una vita da scemo. Nel giardino incantato lo costrinse a sognare, a ignorare che al mondo c'è il bene e c'è il male. Quando vide che l'uomo allungava le dita a rubargli il mistero di una mela proibita, per paura che ormai non avesse padroni, lo fermò con la morte, inventò le stagioni

È proprio qui sulla terra, la mela proibita. E non Dio, ma qualcuno che per noi l'ha inventato, ci costringe a sognare in un giardino incantato

È importante tenere presente che Preghiera in gennaio è la prima canzone del suo primo album, così come Smisurata preghiera è l'ultima canzone dell'ultimo album: si può quindi capire che l'argomento non è relegato al solo album La buona novella, ma che piuttosto esiste un filo conduttore in tutta l'opera deandreiana, che qui trova il suo apice e riceve un'attenzione tutta particolare.
A proposito di questo rapporto, Paolo Ghezzi, nell'introduzione di un suo libro sul tema, disse:

Nessun altro autore di canzoni del Novecento ha toccato così profondamente il problema di Dio, il mistero di Gesù di Nazareth, la coscienza di chi ha fede, i dubbi dei non credenti, i sentieri dei cercatori di una qualche verità o del senso della vita. D'altra parte la negazione di Dio richiede la stessa presunzione di verità del deismo, di una fede acritica. E De André è stato un uomo di interrogativi, non delle certezze

De André va a rileggere quei vangeli apocrifi (aggettivo che, in greco, sta a significare "segreto, nascosto") che fino al IV secolo d.C. erano riservati esclusivamente agli appartenenti di organizzazioni, movimenti e sette cristiane e che, successivamente, verranno considerati dalla Chiesa come "non ispirati", e quindi esclusi dai codici canonici, poiché ritenuti come non veritieri o comunque come non corretti, in parte o nel loro complesso.
Fabrizio dice a proposito di questa rilettura:

Ho pensato che se Dio non esistesse bisognerebbe inventarselo, il che è esattamente quello che ha fatto l'uomo da quando ha messo piede sulla terra. Gli evangelisti apocrifi sono vissuti in carne ed ossa, solo che la Chiesa mal sopportava che ci fossero altre persone non di confessione cristiana ad occuparsi di Gesù. Si trattava di scrittori arabi, bizantini, greci, che nell'accostarsi all'argomento, nel parlare della figura di Gesù di Nazareth, lo hanno fatto con grande rispetto

A grandi linee, sono tutti databili tra il I e il IV secolo d.C., e la loro paternità viene attribuita ad apostoli o, più generalmente, a diversi testimoni della vita di Gesù.
Questi testi vanno a colmare i vuoti narrativi dei vangeli canonici e a completare una visione d'insieme della storia cristiana, dall'infanzia di Maria e dalla vita di Gesù, alla storia di Erode e Pilato, fino al racconto di Tito, di Dimaco e delle loro madri.
Nonostante le considerazioni della Chiesa, i vangeli apocrifi hanno influito particolarmente sul cristianesimo, sia nelle tradizioni (la nascita di Gesù, ad esempio: la grotta, l'asino e il bue, i Re Magi sono tutti elementi appartenenti agli apocrifi), sia nei fondamenti dogmatici (l'Assunzione, ad esempio), elementi spesso trascurati o totalmente ignorati all'interno dei canonici e che, più tardi, hanno riacquistato spazio in altre, diverse opere, da Dante a Carpaccio, da Michelangelo a Raffaello.

L'album si apre con L'infanzia di Maria (testo): la piccola, all'età di tre anni, viene portata dai genitori al tempio ("forse fu per bisogno o peggio per buon esempio, presero i tuoi tre anni e li portarono al tempio"), dove viene presa in custodia dai sacerdoti ("scioglie la neve al sole, ritorna l'acqua al mare, il vento e la stagione ritornano a giocare. Ma non per te, bambina, che nel tempio resti china") e dove vivrà un'infanzia terribile, da segregata ("dicono fosse un angelo a raccontarti le ore, a misurarti il tempo fra cibo e Signore").
Alle prime mestruazioni ("ma per i sacerdoti fu colpa il tuo maggio, la tua verginità che si tingeva di rosso") sarà cacciata dal tempio, perché in pubertà e quindi impura ("e quando i sacerdoti ti rifiutarono alloggio, avevi dodici anni e nessuna colpa addosso").

Verrà organizzata una lotteria per assegnarle un marito ("popolo senza moglie, uomini d'ogni leva, del corpo d'una vergine si fa lotteria", "e fosti tu Giuseppe [...] a vederti assegnata, da un destino sgarbato, una figlia di più, senza alcuna ragione, una bimba su cui non avevi intenzione"). Giuseppe, un falegname, la sposa per dovere ("la diedero in sposa a dita troppo secche per chiudersi su una rosa"), riceve l'ordine di portarla a casa e subito dopo parte per un viaggio di lavoro ("secondo l'ordine ricevuto, Giuseppe portò la bambina nella propria casa e subito se ne partì per dei lavori che lo attendevano fuori dalla Giudea").

Tornerà quattro anni più tardi, come raccontato ne Il ritorno di Giuseppe (testo) - che va a descrivere, dopo quella di Maria, la vita di Giuseppe -, portandole una bambola in regalo ("la tua mano accarezza il disegno d'una bambola magra, intagliata nel legno: «la vestirai, Maria, ritornerai a quei giochi lasciati quando i tuoi anni erano così pochi»") e trovandola bisognosa di attenzioni e d'affetto.
Segue, a questo punto, Il sogno di Maria (testo): in sogno, Maria incontra l'angelo che usava farle visita ogni sera ("l'angelo scese, come ogni sera, ad insegnarmi una nuova preghiera"). I due prendono il volo ("poi, d'improvviso, mi sciolse le mani, e le mie braccia divennero ali. Quando mi chiese «conosci l'estate?», io, per un giorno, per un momento, corsi a vedere il colore del vento"), attraversano l'abitato e raggiungono una valle lontana ("volammo davvero sopra le case, oltre i cancelli, gli orti, le strade. Poi scivolammo tra valli fiorite, dove all'ulivo si abbraccia la vite. Scendemmo là dove il giorno si perde a cercarsi da solo nascosto tra il verde") dove l'angelo le annuncia la  nascita di Gesù. Maria si sveglia, ricorda il sogno e scopre di essere incinta ("«lo chiameranno figlio di Dio»: parole confuse nella mia mente, svanite in un sogno, ma impresse nel ventre").
Fin qui, la musica si è sviluppata in tonalità minori, suscitando un profondo senso di inquietudine e di tristezza. Il registro cambia con la ripresa del tema della gravidanza in Ave Maria (testo), un omaggio alla donna ("Ave Maria: adesso che sei donna, ave alle donne come te, Maria, femmine un giorno per un nuovo amore") e in particolare alle madri ("femmine un giorno e poi madri per sempre, nella stagione che stagioni non sente") in tonalità maggiore e con arpeggi di pianoforte e organo.
Questo ribaltamento dura il tempo di una canzone, perché l'andamento cupo viene ripristinato subito dopo, scandito dal rumore di una pialla e di un martello. È Maria nella bottega del falegname (testo), a raccontarci il dolore straziante del falegname - presentatoci come se fosse il braccio del potere, più come una macchina che come un uomo -, intento nel proprio lavoro, cui Maria, curiosa, domanda - in un dialogo tra loro due e il popolo - cosa sta costruendo (Maria: "falegname, col martello perché fai den-den? Con la pialla su quel legno perché fai fren-fren?", il falegname: "tre croci, due per chi disertò per rubare, la più grande per chi guerra insegnò a disertare"). Maria, qui, scopre che il figlio sarà presto crocifisso (Maria: "alle piaghe, alle ferite che sul legno fai, falegname su quel legno manca il sangue ormai, perché spieghino da soli, con le loro voci, quali svolti sbiancheranno sopra le tue croci", il falegname: "questi ceppi che han portato perché il mio sudore li trasformi nell'immagine di tre dolori, vedran lacrime di Dimaco e di Tito al ciglio, la più grande che tu guardi abbraccerà tuo figlio").
La sentenza di Pilato arriva in Via della croce (testo) ("di morire in croce puoi essere grato a un brav'uomo di nome Pilato"), dove Gesù si trascina seguito da tutte le vittime del potere ("le voci dei padri di quei neonati, da Erode, per te, trucidati"), dalle donne sofferenti ("si muovono, curve, le vedove in testa. Per loro non è un pomeriggio di festa") nel vedere la fine dell'uomo che perdonò Maddalena ("fedeli, umiliate da un credo inumano che le volle schiave già prima di Abramo. Con riconoscenza, ora soffron la pena di chi perdonò a Maddalena"), dagli umili e dai vinti che saranno il prossimo oggetto di interesse del potere ("il potere, vestito d'umana sembianza, ormai ti considera morto abbastanza. E già volge lo sguardo a spiar le intenzioni degli umili, degli straccioni") e da Tito e Dimaco, cui aspetta la stessa fine ("perdonali se non ti lasciano solo, se sanno morir sulla croce anche loro. A piangerli, sotto, non han che le madri: in fondo son solo due ladri").
A questo punto, l'attenzione si sposta prima su Maria e sulle madri di Tito e Dimaco in Tre madri (testo), che sotto le croci piangono la fine dei propri figli - il dolore di Maria, in particolare, è un dolore tutto umano, il dolore di una semplice madre, come vedremo più avanti - e su Tito, dopo, ne Il testamento di Tito (testo) - che penso sia la canzone più conosciuta e più osannata di De André, ne sono state realizzate anche due cover -, dove torna, infine, la tonalità maggiore.

Tito elenca i dieci comandamenti in una chiave strettamente personale, e, guardandoli all'interno di quella che è stata la sua vita, confessa di averne infranti molti, forse tutti. I suoi delitti sono stati compiuti tutti con deliberata lucidità, e per questo compatisce il dolore di Gesù, innocente rispetto a lui anche se condannato alla stessa pena ("guardate la fine di quel nazareno, e un ladro non muore di meno"). Dopo una vita da vittima, diseredato e costretto alla criminalità per pura necessità, mai ascoltato da Dio, agnello sacrificato al potere, destinato all'inferno, sa di essere stato giudicato da chi non è stato meglio di lui.
E, sul punto di morte, riconosce la natura umana di Gesù ("io, nel vedere quest'uomo che muore, madre, io provo dolore") e finisce col scoprirsi uomo molto più di chiunque altro ("nella pietà che non cede al rancore, madre, ho imparato l'amore") attraverso un sentimento sconosciuto al potere, la pietà ("lo sanno a memoria il diritto divino, e scordano sempre il perdono").

Da qui, Fabrizio vuol raccontarci la storia di alcuni personaggi che ci è stata tramandata attraverso gli apocrifi e che nei canonici hanno ricoperto ruoli secondari o marginali. La differenza, però, non si riduce esclusivamente a questa selezione: De André evidenzia la natura comunque umana dei suoi protagonisti, natura che spesso è assente o comunque in ruolo di non rilevanza nei testi sacri. Evidentemente, non è un caso che l'album si apra con il Laudate dominum e vada a concludersi con il Laudate hominem (testo) - rispettivamente, il prologo e l'epilogo dell'album -, e che, con lo svolgimento della narrazione, il riflettore, inizialmente puntato sul divino, si sposti lentamente sui santi senza aureola e senza benedizione - santi, anime salve che sono presenti in tutti i lavori di De André e che, negli altri e ad esclusione de La buona novella, vanno a coincidere con le prostitute, i ladri, gli assassini, i diseredati e tutta quella cerchia di anime che è riuscito a descrivere con inequivocabile precisione ne La città vecchia -, come lo sono Dimaco e Tito.
La genialità di questa narrazione sta nella sua resa genuina e straordinaria, nelle vite umanamente umili e umilmente umane raccontate con parole spassionate e senza strumentalizzazioni di parte, andando a rendere la figura di una grande umanità capace di trascendere l'umano attraverso una compassione - e cum passione - vera.
Se da una parte il cristianesimo va ad astrarre la natura di personaggi che hanno comunque una natura concreta, quasi ad elevarli come pura sostanza e sostanza pura, dall'altra La buona novella li tiene con i piedi per terra, e non perché non voglia riconoscere il loro carattere in parte divino, ma per dare spazio anche alle loro gesta e alle loro vita - entrambe umane - che riescono a sintetizzare precisamente gran parte degli attributi umani, a partire dall'amore, dalla sofferenza e dalla pietà.

Questa visione gli è costata, da parte di qualcuno, l'accusa di blasfemia. Al contrario, il superamento della natura divina non va a sminuire l'importanza dei personaggi dei vangeli, bensì va a completarli se non a elevarli. Prendendo il caso di Gesù di Nazareth, ad esempio, e considerando l'amore come un qualcosa di divino, l'amore provato da chi è figlio di Dio è giusto, ma è scontato, proprio perché già divino in sé e di per sé; diversamente, rappresenta un'eccezionalità se viene provato da chi è, nel tempo stesso, anche un uomo, e che quindi è capace di oltrepassare la propria natura.
Dopo tutto, se si riducono le divinità alla natura umana, allora automaticamente si innalzano gli esseri umani alla natura divina.
È un concetto che, ovviamente, vale per tutti i personaggi del racconto. Ad esempio, in Tre madri il dolore delle madri di Tito e Dimaco viene messo sullo stesso piano di quello di Maria - e allo stesso tempo il dolore di Maria vale quanto quello di ogni altra madre -, tanto che le due dicono ai propri figli, rispettivamente, "Tito, non sei figlio di Dio, ma c'è chi muore nel dirti addio", la prima, e "Dimaco, ignori chi fu tuo padre, ma più di te muore tua madre", la seconda.
Posizione che non viene affatto contraddetta dai testi sacri: Gesù, tornando all'esempio di prima, non è né solo figlio di Dio, né solo essere umano; né una delle due alla volta, ma entrambe contemporaneamente.
Sempre in Tre madri, Maria lo piange dicendo "piango di lui ciò che mi è tolto, le braccia magre, la fronte, il volto, Ogni sua vita che vive ancora, che vedo spegnersi ora per ora". Ha le braccia, la fronte, il volto, non è meno di nessun altro essere umano, si sforza persino di sorridere - "nella fatica del tuo sorriso, cerca un ritaglio di Paradiso" -. Più avanti nel testo, la stessa Maria puntualizzerà esplicitamente il concetto: "non fossi stato figlio di Dio, t'avrei ancora per figlio mio".
Anche nel Laudate hominem - che come già detto è l'epilogo dell'album - viene ribadito che "non devo pensarti figlio di Dio, ma figlio dell'uomo, fratello anche mio". All'inizio del canto liturgico, si sentono le stesse parole che aprono l'album: "laudate dominum". Subito dopo, però, queste parole vengono interrotte da una voce più forte, meno lirica e molto più popolare. È la voce degli umili, la voce del popolo, la voce degli esseri umani, probabilmente quegli stessi cui venne negato l'ingresso in Via della croce.

Si capisce, quindi, che in De André è presente, in qualche misura, una forma di spiritualità, ma viene vissuta in un'anarchia religiosa impossibile da inquadrare nei comuni canoni che conosciamo - come dice Paolo Ghezzi, lascia poco spazio a precise certezze, semmai pone interrogativi - tanto meno, in quelli delle religioni positive.
Generalmente, è sempre stato considerato come ateo e si è sempre dimostrato chiaramente contrario alla Chiesa, ma lui stesso preferì precisare, nel corso di un'intervista:

Se dovessi definirmi da un punto di vista religioso, direi di considerarmi un animista. Credo, cioè, che esista uno spirito, un'anima in tutti gli uomini, gli animali, i vegetali e gli stessi oggetti, per il fatto stesso che tali sono o sono venuti in contatto con lo spirito di un essere vivente. In alcuni casi questi oggetti sono stati addirittura costruiti dagli esseri viventi e ne riproducono in qualche maniera l'essenza spirituale. [...] Questo mio animismo non è da confondere con l'immanentismo di Spinoza, il quale, partendo dal concetto, o meglio dalla fede di Dio, asseriva che Dio stesso è in tutte le cose. Io non mi pongo il problema di Dio, ma quello dello spirito che gli esseri viventi dimostrano di avere attraverso il loro comportamento. E la comunicazione tra questi esseri dotati di spirito con le cose inanimate che conferisce loro una porzione di spirito o di più spiriti. Tutti questi frammenti contribuiscono a creare un grande spirito, un grande respiro animistico di cui tutti facciamo parte. Quando parlo di Dio lo faccio perché è una parola comoda, da tutti comprensibile, ma in effetti mi rivolgo al Grande Spirito in cui si ricongiungono tutti i minuscoli frammenti di spiritualità dell'universo

Insomma, secondo Fabrizio esiste un quid pluris. Ma, piuttosto che la sua esistenza, va a mettere in discussione il suo essere come tale.

Ovviamente, il tema religioso non è l'unico de La buona novella. Sottende, piuttosto, al tema politico, onnipresente nella produzione deandreiana, anche là dove sembrerebbe impensabile o assente.
C'è Maria, usata come strumento delle fede dei suoi genitori e del potere - quello sacerdotale - esercitato in nome di quella fede. Viene allevata dal potere - nel tempio, appunto, dai sacerdoti - con la chiara finalità di servire il potere. E poi, cacciata dal tempio per paura che potesse contaminare un luogo sacro, data in sposa a Giuseppe contro la volontà di entrambi.
Quando finalmente pensa di essere libera - libertà che, nel suo caso, coincide con la gioia della maternità -, in realtà si illude. E l'illusione dura ben poco, perché nelle canzoni di De André all'illusione segue sempre la disillusione, e alla disillusione segue sempre la sfiducia che spesso e volentieri si rivela dolore e morte - l'inizio è quello tipicamente fiabesco che, nello svolgersi della narrazione, si trasforma progressivamente per concludersi in un finale tipicamente drammatico.
E c'è Gesù, e al suo fianco Tito e Dimaco, che viene condannato da chi - indipendentemente se innocente o colpevole, diciamo "a prescindere" - non dovrebbe avere la legittimità di condannare.
È il potere, un grande potere, che reprime in nome di un Dio. E che poi, timoroso di possibili sovversioni, crea di volta in volta nuove divinità, nuovi valori e nuove verità, continuando ancora a reprimere in loro nome.

Bisogna comunque prendere atto dell'assenza, in tutto l'album, di un messaggio politico esplicito: De André non invita nessuno alla rivoluzione studentesca, non incita nessuno a parteciparvi o a prendere parte.
Semmai, l'invito è alla riflessione, ad imparare da Gesù, soggetto e oggetto dell'opera: il racconto gira attorno alla sua vita, senza mai entrarci dentro. Non parla mai, non compie nessuna azione, è quasi un'entità astratta seppur sempre il protagonista dello svolgimento.

Il risultato ottenuto da De André è unico e inimitabile. Perché, nel suo caso, nel caso di questo capolavoro, i narratori - cioè i vari personaggi che compaiono nell'album - raccontano il protagonista attraverso il proprio dolore. Il dolore umano.

[Nota: ho scritto questo saggio il 05/01/2009 per Die Brucke. Viene riportato qui integralmente]